
Misurare un Agente AI: Oltre le Vibes, i KPI che Contano
Dopo aver analizzato quando serve davvero un agente AI e come identificare i suoi fallimenti, arriviamo al punto cruciale che separa i prototipi da laboratorio dai prodotti reali: come si misura un agente AI?
Se non lo misuri con numeri certi, finirai inevitabilmente intrappolato nel temuto “Vibe-based Development”. Si tratta di quelle discussioni infinite basate su sensazioni soggettive: “oggi mi sembra risponda meglio”, oppure “ieri era più serio”. Questo approccio non è scalabile né professionale.
Un agente non è un semplice chatbot conversazionale; è un collaboratore operativo. E come tale, va valutato attraverso due lenti distinte e complementari.
1. KPI di Outcome (Ha raggiunto l’obiettivo?) 🎯
L’utente finale è interessato solo al risultato. Per misurare un agente AI efficacemente, devi tracciare:
- Task Success Rate: Quante richieste vengono chiuse correttamente? Attenzione: il successo è un risultato operativo giusto (es. “rimborso emesso”), non una “bella risposta” ben scritta.
- Time-to-Complete: Quanti turni di conversazione o quanto tempo assoluto servono per arrivare alla soluzione? La velocità è spesso sinonimo di efficienza.
- Cost per Task: La somma dei costi dei token, delle chiamate ai tool esterni e della latenza. Un agente utile ma economicamente insostenibile non potrà mai scalare in azienda.
- Escalation Rate: Quante volte l’agente deve “passare la palla” a un umano? Se è troppo alto, l’agente è inutile. Se è zero, è sospetto: forse sta improvvisando (vedi il failure mode “Overconfidence”) quando dovrebbe chiedere aiuto.
- Policy Compliance: Tolleranza zero su allucinazioni critiche, gestione errata di PII (dati sensibili) e violazione delle regole di business.
2. Qualità del Comportamento (Come ci è arrivato?) 🧠
Il processo conta quanto il risultato, specialmente per la manutenzione a lungo termine e il debugging.
- Grounding: L’agente cita fonti verificate e policy aziendali con riferimenti reali? O inventa informazioni?
- Robustezza: Come gestisce input incompleti, utenti ostili o tool momentaneamente offline? Si blocca o degrada elegantemente?
- Stabilità: Se faccio la stessa richiesta due volte in contesti simili, il risultato è coerente? Meno “umore” variabile, più affidabilità.
- Trasparenza: Spiega i suoi passaggi logici (Chain of Thought) in modo che un revisore umano possa fare audit?
Il passaggio fondamentale: dalla Demo all’Harness 🏗️
La cosa che ha cambiato radicalmente il mio modo di lavorare è questa consapevolezza: un agente non si valuta con una demo, ma con un Test Harness.
Serve creare un “Golden Set”: un paniere rappresentativo di casi reali (successi passati, fallimenti noti, casi limite) su cui far girare l’agente automaticamente ad ogni modifica del codice o del prompt. Se una modifica migliora 3 casi ma ne rompe 7 “silenziosamente”, non hai fatto un upgrade: hai creato debito tecnico.
La metrica fantasma: la Fiducia Osservata 🕵️♂️
Infine, la vera fiducia non si chiede nei sondaggi, si misura osservando il comportamento reale degli utenti: 👉 Quante volte correggono l’output fornito dall’agente? 👉 Quante volte ricontrollano i dati manualmente dopo aver ricevuto una risposta? 👉 Dopo quanto tempo smettono di usare il sistema per tornare ai vecchi metodi?
Alla fine, per misurare un agente AI, la domanda non è “quanto è intelligente?”, ma “quanto è affidabile, ripetibile e governabile al costo giusto?”.
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